VINO: un sistema virtuoso anti-crisi

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VINO: un sistema virtuoso anti-crisi

18/03/2024 News 0

Da “Langhe Roero Monferrato”, n°2/2024.

Sono ormai trascorsi oltre trent’anni da quei drammatici giorni della primavera del 1986, quando le indagini coordinate dalla Procura di Milano portarono alla scoperta della più grande truffa di adulterazione alimentare in Italia, il famigerato “scandalo del vino al metanolo”.

In poche settimane aveva avuto luogo una strage, con 23 vittime e decine di persone con lesioni gravissime: per il mondo del vino italiano e, più in generale, per l’intero comparto nazionale dell’agroalimentare si trattò di un vero e proprio disastro.

Fu però grazie a quello scandalo che si svilupparono controlli rigorosi e, conseguentemente, nacque una cultura della qualità e dell’eccellenza che ha segnato un cambio epocale in tutto il sistema produttivo italiano, passando dalla quantità alla qualità. Un trend che prosegue ancora oggi e, nel complesso, una vicenda che rappresenta una straordinaria metafora del Paese: cioè l’attitudine, tutta italiana, a saper generare un successo globale anche dalla rovina provocata dal dolo.

Bisogna tornare al marzo del 1986 per comprendere la portata dell’avvenimento. Dopo i primi casi di avvelenamento e di intossicazione, le indagini portano alla scoperta di un utilizzo su larga scala del metanolo, o alcol metilico, effettuato da alcuni produttori per aumentare la gradazione alcolica del proprio vino.

Il metanolo, presente in forma residuale in natura nella fermentazione dell’uva, assume tossicità se ingerito in quantità più elevate e, in dosi eccessive, può rivelarsi anche letale, come accaduto durante lo scandalo.

Il tutto si sviluppa a partire dalla modifica del regime fiscale degli alcol del 1984 che, detassando il metanolo, lo porta a diventare dieci volte più conveniente dell’innocuo alcol etilico. Oltre sessanta aziende colgono l’opportunità della pericolosa speculazione, che rende questo veleno l’ingrediente meno caro per trasformare le loro uve in vino da tavola, senza però considerare minimamente gli effetti nocivi (ben noti anche all’epoca dei fatti) sulla salute dei consumatori.

Dai numeri emersi si comprende la portata disastrosa delle conseguenze: il metanolo, infatti, diventa tossico se presente nel vino in parti superiori allo 0,6% degli alcol totali mentre, in alcune vasche, viene attestato addirittura al 16%. Basta un bicchiere, anche un solo bicchiere, e si rischia di morire o, nel migliore dei casi, di perdere la vista. 

In pochi mesi, a cavallo tra la fine del 1985 e la primavera del 1986, esplode così sui giornali italiani e di tutto il mondo il più grande scandalo del settore alimentare in Italia, dal Piemonte (principalmente), alla Puglia e all’Emilia Romagna, con sofisticazioni rintracciate anche in Toscana e in Veneto.

La risposta degli inquirenti è rapida e altrettanto quella delle istituzioni. Scoperta la frode e analizzati i vini adulterati, scattano gli arresti e i sequestri in tutto il Paese (seguiti poi anche all’estero) e subito dopo il Ministero della Salute vieta la vendita dei prodotti di tutte le aziende inquisite.

L’evento è però così sconvolgente che occorre aspettare un dramma ancora maggiore, cioè l’incidente di Chernobyl, per vedere sparire la notizia dalle prime pagine. Per il mondo del vino è un disastro: solo nel 1986 le esportazioni segnano una diminuzione del 37% dei volumi.

La risposta però parte subito. Con la legge 482/86 nel giro di poche settimane si istituisce l’anagrafe vitivinicola, destinata a censire uve, mosti, vini e derivati di tutte le imprese produttrici su base regionale, uno strumento tutt’ora importantissimo per comprendere il rapporto esistente tra materia prima e prodotto finito e, quindi, la qualità di base di un vino e la sua attinenza ai disciplinari.

Nasce poi il concetto del consumo responsabile, “bere bene, ma bere meno”, che rappresenta il punto di partenza della crescita esponenziale della cultura enogastronomica nel nostro Paese nell’ultimo trentennio.

Siamo così passati da un consumo pro-capite di cento litri di vino all’anno nel 1986 ad uno che si attesta oggi sui quaranta litri, da un Paese che produceva complessivamente 77 milioni di ettolitri ad una produzione annua di 47 milioni di ettolitri, ma la resa qualitativa (e la conseguente ricaduta economica sull’intera filiera) è esplosa, portandoci a un aumento del fatturato dell’esportazione del 575%.

Determinanti sono anche le ricadute nella socialità. Dalla seconda metà degli anni Novanta spopolano format televisivi di successo internazionale (il primo fu “La prova del cuoco” e a seguire i vari “Master Chef”), al punto che oggi è diventato impensabile non imbattersi ripetutamente in qualche fornello, mentre saltiamo freneticamente da un canale all’altro. Le riviste di settore, poi, sono tra le poche a continuare ad aumentare la propria diffusione e penetrazione, pur in un momento di grave crisi per l’editoria e con trend percentuali negativi spesso a doppia cifra per i quotidiani. La cena al ristorante come appuntamento consuetudinario tra amici o colleghi, la buona bottiglia stappata in compagnia o la scelta di prodotti di nicchia sono tutti diventati fenomeni caratterizzanti questo cambiamento nella società contemporanea.

Quelli che un tempo erano temi elitari o quantomeno fortemente settoriali, come il valore della qualità agroalimentare, la ricerca nelle preparazioni culinarie o le spettacolarizzazioni delle ritualità del vino come del cibo, sono diventati elementi del nostro quotidiano e fattori trainanti nella promozione dei territori di produzione. Il panorama odierno, tra vini DOC, prodotti DOP e specialità IGP, mostra un Paese che è unico al mondo, per varietà e ricchezza.

Il “sistema vino” ha così saputo trasformare il disastro provocato dal vizio italico della furbizia, nel successo dell’eccellenza qualitativa universalmente nota come “made in Italy”. Il trionfo globale delle fiere di settore, prima fra tutte il “Vinitaly” di Verona, giunta quest’anno alla sua 56° edizione e presente a livello globale con numerosi tour all’estero, diventa così la testimonianza di elemento di riferimento a cui guardare con attenzione, per disegnare l’Italia in uscita dall’emergenza della pandemia, dalle crisi economiche e dai vari conflitti.

Con l’edizione 2024 del Vinitaly i numeri diventano da capogiro: 30.000 ospiti stranieri, tra cui 1.200 top buyer da quei 65 paesi che rappresentano il 95% dell’export enologico italiano. Ma oltre ai numeri, per l’intero settore ci si aspetta ora un riscontro positivo in termini di qualità della domanda rappresentata: “Un lavoro possibile anche grazie alla collaborazione del Governo italiano, – sottolinea Federico Bricolo, presidente di Veronafiere – in cui Vinitaly ha potenziato il proprio know how, attivando un programma di condivisione sempre più stretto con i player del settore su scala mondiale“.

Nel suo complesso vediamo quindi – anche attraverso il Vinitaly – un “sistema vino” nazionale che, con oltre trent’anni di sempre più attento sviluppo professionale in ogni ambito ha saputo superare le criticità e da cui, tutt’oggi, ci si aspetta ancora molto.

Massimiliano Panero

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